Il tempo dei nuovi eroi

CLUBHOUSE CULTURE
Il tempo dei nuovi eroi

Oscar di Montigny presenta il suo libro

21 novembre 2016

Il tempo dei nuovi eroi



Il suo primo libro, Il tempo dei nuovi eroi, edito da Mondadori per la collana Piccola Biblioteca Oscar, è quasi alla terza ristampa a solo un paio di mesi dalla pubblicazione. Un bel traguardo per il suo autore, Oscar di Montigny, Direttore Marketing, Comunicazione e Innovazione di Banca Mediolanum, ospite del club proprio in occasione della presentazione del suo libro. Un successo insperato, almeno per gli editori, dal momento che le statistiche parlano chiaro: in Italia sono più le persone che scrivono di quelle che leggono. La soddisfazione più grande? I tanti riscontri ricevuti dalle persone che lo leggono, feedback che gli arrivano direttamente attraverso i social network e ai quali Oscar risponde sempre in prima persona: “diciamo, quindi, che spero che la situazione diventi presto insostenibile”, ammette sorridendo.

 

Quali sono le motivazioni che hanno spinto un professionista affermato e con una splendida famiglia come te, a scrivere questo libro, a impiegare tanto tempo per imbarcarsi in un’avventura così importante e quali sono gli obiettivi che perseguivi?

“La storia inizia 5 anni fa con l’apertura del mio blog, una scelta di scrivere dettata dalla volontà di lasciare una traccia di me diversa da quella che i media e il mondo mi attribuivano, frutto del mio pensiero originale. Sono nati così i miei pensieri per il terzo millennio, esito della mia doppia natura di uomo e manager, con riflessioni di natura personale e altre professionali. Da lì sono iniziati ad arrivare inviti per partecipare ad alcuni speech di portata anche internazionale, ne ricordo uno in particolare, quello del World Business Forum a Milano, il primo palco davvero rilevante che calcavo, in cui mi trovavo a parlare dopo Steve Wozniak, fondatore di Apple insieme a Steve Jobs, un calibro da 90 insomma. Ero davvero molto teso, eppure andò benissimo, il mio fu uno dei tre speech più apprezzati – anche più di quello dello stesso Wozniak – e ricordo che sceso dal palco mi venne incontro la responsabile dei contenuti mondo di WOBI (World Of Business Ideas, organizzazione internazionale che coordina l’evento) dicendomi che ero l’unico speaker che scendendo da un palco non sarebbe andato a firmare un libro. È stato in quel momento che mi si è innescato un pensiero. Da lì poi è arrivata l’offerta di Mondadori, ed è stata un’avventura faticosissima, ma entusiasmante“.

 

Tu ami indagare l’essenza delle parole e nel titolo del tuo libro sono racchiusi tre concetti importanti: quello di “tempo”, quello di “nuovo” e quello di “eroe”. Che significato hanno per te queste tre parole?

“Quando ho iniziato a scrivere, tutti mi hanno detto che per andare avanti nel mio progetto non mi sarei dovuto mai innamorare né del contenuto, né del titolo, né della copertina, perché tanto poi l’editore avrebbe stravolto tutto. Io sono un maschio della vergine, preciso e meticoloso, un carattere non proprio semplicissimo, specie sul lavoro, perciò l’idea che qualcuno cambiasse quello che avevo fatto mi dava molto fastidio. Tuttavia, decisi di accettare le leggi dell’editoria e sottomettermi ad esse. Risultato? Il titolo non è stato cambiato, il contenuto è rimasto pressoché invariato, la copertina l’ho scelta io. “Il tempo dei nuovi eroi”, perché? Io non sono necessariamente un esperto, ma sono tanti anni che cerco di rispondere a domande sul futuro, specializzandomi nell’analisi dei grandi scenari, dei megatrend, della scienza incerta dell’avvenire. È dal settembre del 1999 che cerco di indagare in quattro direzioni, scienza, arte, economia e filosofia – di cui non sono un esperto, ma solo uno studioso – e una delle conclusioni a cui sono giunto, insieme a tanti altri, è che quello che stiamo vivendo è un vero e proprio cambio epocale per la nostra specie. Inizialmente c’è stata la sottomissione del fuoco da parte dell’uomo, con la nascita delle prime comunità; poi c’è stata l’adozione della ruota, che ha consentito alle prime comunità di spostarsi percorrendo grandi distanze, facendo nascere il commercio e la scienza, la filosofia e l’arte. Oggi, invece, la nostra specie, grazie al web, ha scoperto che ogni individuo rappresenta una piccola comunità interconnettibile con le altre micro comunità di tutto il pianeta, ovvero oltre 7 miliardi. Un vero e proprio cambio di tempo, di epoca, un cambio sismico che la nostra conformazione biologica fatica ancora a gestire, perché questo indice di difficoltà, di possibilità, di diversità, è veramente enorme”.

 

Una famosa frase di Bertolt Brecht recita: “Sfortunato quel paese che ha bisogno di eroi, perché difetta di persone normali e cerca in una persona una guida”. Tu nel tuo libro sembri rovesciare questa tesi, invitando tutti a diventare eroi, in una sorta di chiamata alla responsabilità. È corretto questo concetto?

“Io, oltre al lavoro in banca, insegno anche all’università, un corso sull’Economia 0.0, altro tema centrale del libro, una riflessione economica che attinge però anche alla filosofia, all’arte e alla scienza. Recentemente, in una lezione, ho chiesto agli studenti quali fossero i loro eroi, quali i loro miti. Gli iniziali, imbarazzanti, minuti di silenzio mi hanno fatto capire quanto ai ragazzi mancassero dei chiari riferimenti che giungessero  immediati alla loro mente. Dopo alcuni istanti sono arrivate le prime risposte: Bruce Springsteen, John Lennon, Valentino Rossi, Diego Maradona. Io non mi prendo la responsabilità di giudicare i miti di persone che non conosco, solo che poi la domanda successiva ha messo in crisi quanto loro stessi mi avessero appena dichiarato. Ho infatti chiesto ai miei studenti se fossero queste le persone che avrebbero voluto vedere a capo e a guida della comunità. La risposta è stata unanime: no. Questi ragazzi sembrerebbero particolarmente privi, nella loro mappa mentale e ideologica, di riferimenti. Potevano citare Martin Luther King, Ghandi, figure che invece stanno scomparendo nel pensiero contemporaneo. Forse, quindi, non è questo il tempo degli eroi, almeno di quelli canonici, dei riferimenti solidi. Oggi il mondo non ci sta fornendo queste persone, sono rare e difficilmente attraenti per tanti. Io nel mio libro evoco un tempo che sia per le persone normali. Non abbiamo più bisogno del capo branco. Il nuovo eroe è la persona normale. Nella tradizione classica l’eroe era il frutto dell’accoppiamento carnale tra una divinità e un mortale, degli semidei, ciascuno caratterizzato da un unico punto debole, figure apparentemente simili ai comuni mortali, ma in realtà eroiche grazie alla loro origine divina. Io, invece, mi sono figurato delle persone normali in grado di lasciarsi abitare da grandi valori e grandi ideali, che vivano la loro quotidianità lasciandosi ispirare da essi. La parola entusiasmo deriva dal greco, e significa letteralmente “abitato da un dio”: per me il nuovo eroe è una persona entusiasta della vita, che si lascia guidare da grandi valori ed ideali, prima che questi diventino dogmi. Nel nostro tempo, in cui crollano i riferimenti, c’è in realtà tanto spazio, che cela opportunità incredibili in ogni campo. Ci troviamo in una dimensione esponenziale e la domanda è: riusciremo a guidare il cambiamento o sarà lui a guidarci? C’è bisogno di orientamento. Quando incontrai la nipote di Gandhi, Tara – di cui c’è anche una lettera manoscritta nel libro -, mi raccontò che suo nonno, Mahatma Gandhi, le diceva sempre: “Non è la velocità che fa la differenza, è l’orientamento”. E l’orientamento non lo danno i sistemi sociali del vecchio mondo, incapaci di reagire. Chi può darlo, dunque? Noi, gli individui e le imprese, private o a valenza sociale”.

 

Nel tuo libro si legge: “Più che la forza o il coraggio, la sua virtù è il sacrificio, la capacità di saper rinunciare a qualcosa di prezioso per un ideale o per la comunità. Un eroe è un uomo semplice, è ogni persona realmente intenta a rendere questo mondo un posto migliore per tutti”. Cosa significa nella tua visione rendere il mondo un posto migliore per tutti?

“Significa generare gratitudine in chi incontri. Lo stesso concetto di sacrificio, dal latino “sacrum facere”, parla di rendere il nostro agire sacro. Il nostro tempo è un tempo di sacrificio. Significa rinunciare a idee vecchie, a status quo superati, che il tempo, prima o poi, spazzerà via. È evidente il disorientamento della società contemporanea. La metafora dell’eroe che si sacrifica non significa morte, ma nascita, di nuove opportunità, di nuove idee. Quello che resterà dopo di noi è solo una cosa: ciò che avremo fatto per gli altri. Una poetessa americana scrive “Si dimenticheranno di quello che hai detto, si dimenticheranno di quello che fatto, non si dimenticheranno di come li hai fatti sentire”. Per questo bisogna agire in modo sacro facendo del bene, generando gratitudine”.

 

Sempre nel tuo libro, scrivi: “L’amore è l’atto economico per eccellenza”, frase che richiama alla mente Platone, quando affermava che “Non esiste un uomo tanto codardo che l’amore non renda coraggioso e trasformi in un eroe”. Quali sono i principi dell’Economia 0.0 e come può l’amore essere l’atto economico per eccellenza?

“L’Economia 0.0, innanzitutto, non è una teoria economica. La filosofia è stata pensata sempre come scienza focalizzata sull’idea di bene, poi ci sono stati gli artisti, che hanno iniziato a plasmare la materia alla ricerca del bello. Poi sono arrivati gli scienziati, che hanno iniziato a scoprire le cose, indagando l’idea del vero e infine l’economia, che dovrebbe occuparsi dell’idea del giusto. Nell’Economia 0.0, teoria in cui collassano questi studi di filosofia, arte e scienza, l’idea è che sia bene solo ciò che produce un vantaggio che sia al contempo per chi offre, per chi domanda e per la collettività. Gli essere umani sono neurologicamente programmati per la condivisione, per il bene comune, per l’amore. Se tutti desiderano amare e se tutti desiderano essere amati il mercato è enorme, e se tanto dai, tanto ricevi, il ritorno dell’investimento è certo, così come se è solo dando che si riceve, la strategia appare chiara. Ma come si fa a generare nell’altro un senso di amore vendendo qualcosa? Io non lo so, ma so che il primo che ce la fa ha vinto tutto, perché la gente è stanca di non potersi fidare e di non avere riferimenti, quindi l’opportunità è enorme. Le persone desiderano semplicità, trasparenza, onestà e considerazione: dategliela e vincerete tutto. Ci dobbiamo donare agli altri, prenderci tutti cura di tutti, solo così vinceranno i buoni, perché l’uomo è biologicamente buono, si è solo dimenticato di esserlo“.

 

Il libro si chiude con un non-manifesto, celato sotto una sigla, “Be your essence”: hai voglia di raccontare di cosa si tratta?

““Be your essence” è un’associazione culturale costituita prima dell’estate, che per il momento conta ben due tesserati, io, presidente, e una mia amica, segretaria generale. L’idea è capire, a partire dall’anno prossimo, chi abbia desiderio di rendersi parte attiva nel cambiamento che caratterizza il nostro tempo. “Be your essence” è un richiamo per ciascuno alla propria essenza. Non c’è la volontà di proporre paradigmi o stili o modelli, ma c’è la volontà di mettere a sistema un po’ di individui che abbiano voglia  di recitare questo attivismo quotidiano, così da lasciare qualcosa di importante alle persone che incontriamo, qualcosa che le cambi in positivo rispetto a quello che erano prima. L’obiettivo di questo progetto, il significato dello 0.0, è proprio questo: tornare in contatto con il senso delle cose, ciascuno col proprio, perchè io sono convinto che se si torna in contatto col proprio senso, in quel contatto si trova e si comprende il senso di tutti gli altri“.