Dai broadcaster tradizionali alle media company

CLUBHOUSE CULTURE
Dai broadcaster tradizionali alle media company

Il caso Discovery Italia

9 gennaio 2017

Marinella Soldi



Lo scenario dei media in Italia, così come in tutto il mondo, è profondamente cambiato negli ultimi anni. In un mercato sempre più competitivo e affollato, tra nuove tecnologie e piattaforme digitali, catturare l’attenzione del pubblico è sempre più difficile. Ecco così che i broadcaster tradizionali sono chiamati a trasformarsi in vere e proprie media company.

 

Nel mercato dei media questo si traduce nella capacità di essere anytime e anywhere e di riuscire parlare a una vera e propria community – e non più solo al pubblico televisivo – che ti segue anche anche sul web, sui social e su tutti gli altri touchpoint disponibili. L’evoluzione, infatti, passa per una relazione più articolata e sofisticata con le proprie community di riferimento.

 

Ma che valore ha questo cambiamento? Lo abbiamo chiesto a Marinella Soldi, President and Managing Director Discovery Networks Southern Europe e Amministratore Delegato di Discovery Italia. Fiorentina, classe 1966, sotto la sua leadership Discovery Italia è diventata una delle più importanti media company in Italia, presente su tutte le piattaforme, con un portfolio di 14 canali che l’hanno portato ad essere il terzo editore televisivo nazionale per share complessiva.

 

“Come lo abbiamo fatto? Abbiamo avuto la capacità di osare e di innovare cogliendo delle opportunità, prima fra tutte quella legata a una discontinuità tecnologica (nel caso nostro il passaggio al digitale terrestre e quindi il moltiplicarsi di capacità trasmissiva)”.

 

Cosa è cambiato nel mercato dei media con l’avvento del digital e delle nuove tecnologie?

 

“L’avvento del digital per il nostro settore rappresenta un’opportunità enorme. Grazie a questo fenomeno, infatti, si è estesa la piattaforma di distribuzione dei nostri contenuti, determinando una trasformazione che definirei quasi epocale: si pensi che da un unico schermo tradizionale come quello televisivo, un unico canale dove si poteva fruire dei nostri contenuti, con il digital e le nuove tecnologie si moltiplicano per mille le possibilità di contatto che abbiamo con i nostri clienti, che non sono più solo consumatori passivi, bensì parte attiva del processo di comunicazione e di fruizione. Gli spettatori interagiscono, esprimono pareri, decidono cosa vedere e quando vederlo”.

 

In che modo Discovery Italia ha saputo rispondere a questi cambiamenti?

 

“Circa un anno fa abbiamo lanciato una piattaforma OTT (Over-The-Top), DPlay, un servizio di streaming video che consente ai nostri utenti di guardare in maniera completamente gratuita e on demand il meglio della programmazione dei canali free di Discovery Italia. Le prossime sfide per noi vanno proprio in questa direzione: con l’inizio del 2017 questa piattaforma verrà ulteriormente ampliata; inoltre lavoriamo moltissimo sui social per estendere l’esperienza di contenuto televisivo anche al di fuori dei canali più tradizionali”.

 

Cosa significa per un broadcaster tradizionale trasformarsi in una media company?

 

“Significa prima di tutto cambiare la mentalità e la cultura.

 

“Content is the king”: è ancora vera questa affermazione?

 

“Assolutamente , il contenuto è ancora il re, altrimenti si guarderebbero solo tanti schermi tutti inesorabilmente vuoti. Il content però deve avere la forza e lo spirito di reinventarsi, così da potersi adattare alle molteplici opportunità che ci sono oggi grazie a tutti i device che ci accompagnano nella vita d’ogni giorno”.

 

Media e responsabilità sociale: quanto è ancora attuale questo binomio?

 

“É un binomio ancora attualissimo e dalla portata enorme. I punti di contatto che si possono avere con il pubblico si sono moltiplicati, così come i modi, e ad oggi esiste anche una nuova forma di comunicazione, reciproca: mentre prima attraverso i media ci si limitava a dare un messaggio alla popolazione e basta, oggi c’è la possibilità chiaramente per gli utenti di rispondere. Tutto questo rende sempre più attuale e concreto il tema della responsabilità sociale dei media”.

 

Qual è l’innovazione che cambierà il mondo nei prossimi 15 anni?

 

“Forse sei mesi fa sarei stata più ottimista nel parlare dell’estensione della democrazia come strumento per evitare le guerre tra i popoli, oggi non rispondo più così, purtroppo. Mi piace pensare che l’innovazione capace di cambiare il mondo nei prossimi anni abbia a che vedere con la lotta al radicamento della povertà: nel momento in cui non ci sarà più la povertà che esiste oggi credo che il mondo potrà davvero innovare, rivoluzionandosi”.

 

Arianna Morandi