Claudio Cecchetto

CLUBHOUSE PEOPLE
Claudio Cecchetto — Dj & Talent Scout

La chiave del successo

Passione, musica e talento: intervista a Claudio Cecchetto

“Ma sicuri che non si tratti di un interrogatorio?”. Inizia così la mia chiacchierata con Claudio Cecchetto, 64 anni, una carriera che grida successo e una fama che, neanche a dirlo, lo precede. Lo incontro in occasione del primo appuntamento del The Clubhouse Monday Show, il talk show ideato e condotto da Paolo Ruffini che per un lunedì al mese porta un sorriso, buona musica e un incontro con un ospite speciale nel club. Chi meglio di Claudio Cecchetto per aprire la scena e inaugurare il ciclo di eventi?

 

Claudio è elegantissimo nel suo abito blu scuro, la figura slanciata si staglia contro la parete verde del club mentre con incedere elegante si avvicina verso il palco. Non perdo tempo, lo intercetto, mi presento e gli chiedo di permettermi di rubargli del tempo. “Poco”, prometto. Assicuro anche uno spritz, così lo convinco. Nella fase preliminare dell’interrogatorio gli chiedo quali siano le sue ambizioni, e lui senza dubbio alcuno mi risponde “continuare a fare quello che amo, quello che faccio oggi, quello che ho avuto la fortuna di fare per tutta la vita”. Già, fortuna. Perchè se il talento è essenziale, la fortuna lo è altrettanto, e ha giocato la sua parte anche nella carriera di Claudio. Una carriera iniziata nei locali mettendo su i dischi e facendo ballare e divertire le persone.

“La musica è sempre stata la mia forma d’arte arte prediletta, una vocazione, impossibile non assecondarla”

È stato quindi naturale per lui iniziare a fare il dj, un piacere più che una professione, e forse è stata proprio questa la chiave di volta che gli ha permesso di trasformare la sua passione in un vero e proprio business: la non ricerca dell’affermazione personale e del consenso popolare a tutti i costi. “Oggi i giovani anche di talento hanno troppa fame di popolarità e perdono di vista la gratuità del loro potenziale artistico: questo regala loro meno chance di successo che a quelli che, pur consapevoli del loro talento, lo coltivano prima di tutto per se stessi, in una sorta di forma di rispetto sacrale e non a uno scopo di lucro”.

 

Una carriera quella di Cecchetto che ha saputo affermarsi in ogni campo, dalla musica, alla radio, alla televisione, come protagonista o come deus ex machina, ma se gli si chiede dove si senta veramente a casa la risposta è sempre una sola: La musica è il mio principio, il fil rouge che mi ha accompagnato per tutta la vita. Amo perdermi nelle note di una bella canzone, una bella melodia”. Mi racconta di quanti abbiano provato a collocarlo in contesti diversi dal suo, uno fra tutti Mike Bongiorno, “il Grande Mike!”, esclama con aria illuminata, colui che è stato in qualche modo il suo scopritore, “colui che vedeva in me il suo erede naturale, mi spiega. “Eppure io non ero della stessa pasta, la mia anima non si nutriva delle stesse cose. L’erede di Mike, infatti, non sono stato io bensì Gerry Scotti, talento naturale che ho scoperto io, quindi in qualche modo la linea di “paternità intellettuale” è rimasta intatta.

 

Se si dovesse definire in una parola sarebbe scopritore di talenti. “Non vorrei essere presuntuoso come alla fine sono tutti quelli che fanno questo mestiere – mi dice – ma alla fine credo che lo sarò”.

“Sono un talent scout, e credo che mi venga anche abbastanza bene, quindi quale parola migliore di questa per definirmi?”

Innegabile che il fiuto per il talento sia sempre stato uno dei talenti principali di Cecchetto, “colpevole” di aver scoperto alcuni tra i personaggi di maggior successo in ambito musicale, televisivo, radiofonico degli ultimi 30 anni: basti pensare a Gerry Scotti per l’appunto, o a Fiorello, Jovanotti, Linus. La lista potrebbe proseguire all’infinito, avvalorata da nomi che nel tempo hanno saputo dimostrarsi sempre moderni, sempre attuali, sempre capaci. Guai a chiedergli chi di tutti questi artisti gli sia rimasto più nel cuore. “È come chiedere a un genitore a quale figlio vuole più bene. Per me tutti i talenti che ho scoperto sono figli, unici, a cui voglio bene, che stimo e rispetto, ciascuno con le sue peculiarità. Nel mio cuore ognuno di loro è il mio preferito.

 

Un lavoro sui generis il suo, o come lo definisce Claudio “una passione che si declina in progetti”, caratterizzato da periodi molto intensi in cui le giornate sono frenetiche e infinite, alternati a periodi di stacco, ideazione e progettazione in cui ha il privilegio di gestire il suo tempo come preferisce. “Chi fa il mio lavoro non lavora certo in miniera, anzi”.

“Io ho la fortuna di fare ciò che amo e mi appassiona, e questo per quanto possa essere stancante non lo sarà mai al punto da farmi sentire stanco”

“Scegli un lavoro che ami, e non dovrai lavorare neppure un giorno in vita tua” diceva Confucio, e Claudio sembra proprio aver avuto questa prerogativa. Un lavoro che per sua stessa natura gli consente di mantenere un ottimo equilibrio fra la sfera lavorativa e quella personale: “non solo alterno momenti più intensi ad altri più tranquilli, ma mi trovo sempre a contatto con il mondo della musica e dello spettacolo, realtà in cui è sempre stato facile e bello per la mia famiglia partecipare e vivere al mio fianco. I miei figli si sono sempre divertiti molto seguendomi nel mio lavoro, quindi le due sfere si sono integrate sempre in maniera perfetta”.

 

Su tutti, due sono i personaggi che lo hanno maggiormente ispirato: Renzo Arbore e Gianni Boncompagni. “Hanno fatto entrambi la televisione, ciascuno a modo suo. La grinta, il coraggio, la lungimiranza, la capacità di comprendere i gusti e i desideri del pubblico: questo di loro mi ha sempre affascinato”. Un occhio sempre al passato, a ciò che è stato quindi, ma soprattutto un occhio ben fisso al futuro, per anticipare le tendenze, intercettare le novità. Nel campo della musica soprattutto. La tecnologia infatti ha in un certo senso già cambiato e cambierà di certo il modo di fare musica, o almeno un certo tipo di musica, ma secondo Claudio:

“L’importante è restare aperti e reattivi al cambiamento, di qualsiasi natura esso sia, perchè per quanto impatto possa avere mai potrà snaturare l’essenza della musica, linguaggio universale ed eterno”

 

È il momento dei saluti, devo lasciare Claudio al suo spritz e a Paolo Ruffini, con cui di lì a poco calcherà la scena del primo appuntamento del The Clubhouse Monday Show. Gli faccio l’ultima domanda, o meglio, gli chiedo un consiglio, quello che lui darebbe a tutti i giovani artisti in cerca di affermazione. Mi risponde in maniera solenne: “Mi rivolgo a tutti i giovani. Se avete un talento, godetevelo. Non è detto che per via del vostro talento dobbiate per forza avere successo: una bella voce o una capacità interpretativa sensibilissima non comportano automaticamente soldi, popolarità, fortuna. Io se avessi una bella voce canterei dalla mattina alla sera, chi se ne frega se ho successo o meno, ho un dono, e in quanto tale me lo devo godere, curandolo e coltivandolo”.

“Se poi il successo arriva, tanto meglio, ma non prostrate il vostro talento al suo raggiungimento, esaltatelo principalmente per la vostra anima”

Interview by: Arianna Morandi