Francesca e Alessandra Minini

CLUBHOUSE PEOPLE
Francesca e Alessandra Minini — Francesca Minini, Contemporary Art Gallery

Arte tra contaminazione e multiculturalità

Uno sguardo sul mondo di Francesca e Alessandra Minini

Curiosa l’una, viaggiatrice l’altra, Alessandra e Francesca Minini sono sorelle accomunate dalla passione per l’arte che è diventata negli anni la loro professione e la loro vita, e da un anello regalato a entrambe dalla madre: identico nella fattura, diverso nella gemma che lo impreziosisce. La galleria “Francesca Minini”, dove le incontro in un soleggiato giorno di fine inverno, nasce nel 2006 quando Francesca decide di lasciare Brescia e la storica attività di famiglia per trasferirsi a Milano. Da allora sono passati dieci anni e oggi collaborano con circa 20 artisti provenienti da tutto il mondo. Alessandra e Francesca, figlie del gallerista Massimo Minini, hanno visto negli anni il mondo dell’arte cambiare ed evolversi fino ad oggi, tempo in cui è il calendario fieristico delle manifestazioni internazionali a dettare legge e non più la vita quotidiana della galleria. Per questo viaggiano, viaggiano, viaggiano, su e giù per il mappamondo tra New York, Hong Kong, Bruxelles, Roma, Basilea, Miami e anche altre rotte per scoprire talenti, per incontrare artisti, per coltivare relazioni.

 

E quando non sono in viaggio confessano di avere una giornata lavorativa piuttosto caotica, in cui “si salta spesso da un progetto all’altro”, il che infonde un’energia incredibile, pari tuttavia a quanta ne chiede in cambio. Il loro è un lavoro molto vario e la giornata si modula su di esso in maniera flessibile, dalla cura dei rapporti con artisti e collezionisti, che vanno sentiti e coinvolti, al rapporto con la stampa, senza dimenticare le questioni logistiche, che si tratti del trasporto di opere o dell’organizzazione di uno dei loro frequentissimi viaggi.

 

Alessandra sembra aver trovato il segreto per conciliare vita lavorativa e vita privata: “Semplice, basta non averne una”, mi risponde ironica. Francesca sorride, mi spiega che sono cresciute a stretto contatto con l’arte vivendo questo mondo come parte integrante della loro vita, nel bene e nel male.

 

Il nostro è un lavoro speciale, seguiamo certamente aspetti molto organizzativi, ma non possiamo lamentarci di tutte le occasioni e i rapporti che abbiamo la fortuna di portare avanti

 

La linea di confine tra professionale e privato nel nostro mestiere si fa davvero sottile – spiega Alessandra – i nostri contatti finiscono per diventare persone che frequentiamo anche al di fuori, si esce a bere una cosa la sera, ci si vede spesso, si coltivano rapporti molto profondi e intimi. Si diventa una grande famiglia, soprattutto nei circuiti fieristici”.

 

 

Tanta consapevolezza, passione e determinazione, ma anche qualche scelta strategica, come quella di  Francesca, che ha deciso di abitare proprio sopra la Galleria, nel quartiere milanese di Lambrate. “Per i primi sette anni questo ha comportato un notevole sbilanciamento verso il lavoro in termini di energie investite. Oggi invece è una comodità, facilita la gestione della famiglia, mio figlio è sempre qui vicino e tutto è più facile. Lavoro tanto, ma sono vicina. Poi ci si organizza, spostarsi è il leitmotif della nostra vita”.

 

Ritmi sostenuti e massima flessibilità, e l’unico modo per aumentare la produttività in questa frenesia è amare incondizionatamente ciò che si fa, conservando la capacità di lasciarsi sempre stupire da quello che succede, da quello che si crea, individualmente e insieme agli altri. Per questo avere occhi sempre nuovi per osservare la realtà è fondamentale ed essere cittadini del mondo aiuta a mantenere uno sguardo cosmopolita e aperto al cambiamento. È questo il messaggio che Alessandra e Francesca vogliono evidenziare. Loro stesse sono cittadine del mondo, con una predilizione la prima per New York, la seconda per Parigi e Hong-Kong, una città che definisce concentrata, piccola, a suo modo accogliente nonostante l’architettura e il clima difficile. “È una metropoli che, per chi può viverla, si rivela un angolo di casa, dove si respira questa situazione frizzante e multiculturale, si percepisce lo scambio e il confronto. È certamente una realtà molto difficile, anche dal punto di vista climatico, ma proprio questo è anche il suo bello”.

 

A ispirarle due uomini che hanno saputo costruire il loro percorso con umiltà: per Francesca è Luciano Fabro, un artista dell’arte povera, figura centrale nel panorama italiano e internazionale, “una persona semplice e generosa nel dare e nell’avvicinare le persone all’arte contemporanea – mi racconta. Abbiamo condiviso molto con lui, personalmente mi ha insegnato tanto ed è stato un grande esempio”. Per Alessandra invece il modello di riferimento è il padre Massimo, un uomo che si occupa d’arte da più di 40 anni e che in questo mondo le ha cresciute, l’esempio perfetto tanto nella vita quanto nel lavoro, conciliazione perfetta fra vita professionale e personale. “Trovo che tutto in lui sia affascinante e carismatico, dal modo in cui ha saputo coinvolgerci nella vita della galleria, trasmettendoci la sua passione con libertà, al modo in cui si muove in questo mondo. Sarà anche che subisco terribilmente il fascino di tutta la sua generazione”.

 

Molto attente e curate nel look, non è un capo d’abbigliamento quello a cui non sanno rinunciare, quanto piuttosto un colore: il nero. Per rilassarsi Alessandra ama suonare il pianoforte, Francesca passare del tempo con il suo bambino. Il buon cibo è un valore importante per entrambe: qualità e dieta varia, con grande apertura e interesse per le cucine internazionali, da sperimentare e scoprire nel corso dei loro viaggi.

 

L’ambiente che riflette le loro personalità è tendenzialmente minimal. Per Francesca deve avere pochissimi oggetti ed essere inondato di luce, predilige spazi vuoti da riempire, “il classico White Cube da allestire”, anche con i colori, capaci di creare volume persino nelle architetture più essenziali. Tuttavia Alessandra, dopo avere prediletto per anni loft minimal e open space, è andata a vivere in una casa d’epoca con corridoi e stanze, niente spazi aperti, conquistata dal fascino e dal sapore antico di queste case.

 

Mi piace la stratificazione, il convergere di antico e moderno, personalizzando lo spazio con opere e elementi in giro per la casa che mi rispecchiano. La mia casa è un posto in cui mi piace tornare, non ci rinuncerei

 

Contaminazione è la parola chiave, la stessa intorno alla quale ruota anche tutto il loro lavoro, grazie a collaborazioni con settori diversi, soprattutto quelli del design e della moda, che offrono sempre spunti di confronto anche con clienti provenienti dagli ambiti più disparati. Tutto questo le aiuta molto nel rapporto con i collezionisti, il loro primo pubblico, con cui passano moltissimo tempo: “è un mondo in cui devi sapere di molte cose per spaziare da una conversazione all’altra. Il nostro rapporto quotidiano con gli altri è prezioso e molto interessante”.  

 

Fondamentale è quindi costruire e mantenere solidi legami con il pubblico, perchè sono le persone il nucleo intorno a cui un mondo elettivo e a tratti concettuale come quello dell’arte si muove. La frequentazione delle gallerie e delle fiere è un elemento centrale, e sta subendo sempre di più gli influssi di quella che probabilmente sarà l’innovazione che cambierà il mondo dell’arte nei prossimi anni: le sorelle Minini mi raccontano che mentre una volta la galleria era un luogo molto visitato, oggi non lo è praticamente più, essendo il sistema fieristico divenuto sempre più importante e accentratore, uno strumento efficace per riunire molte gallerie e molte persone in un solo luogo ottimizzando i tempi. Molte gallerie internazionali si stanno adeguando a questa tendenza, aprendo spazi in diverse città, spesso proprio nelle vicinanze delle fiere. Tuttavia questo sistema potrebbe crescere esponenzialmente spingendosi fino alla saturazione, “fino al punto di rottura per cui si sentirà un bisogno di maggiore intimità, e probabilmente assisteremo a un progressivo ritorno alle origini”.

 

Quel che è certo è che l’arte oggi sta sempre più uscendo dai circuiti classici, che siano gallerie o fiere, guadagnandosi la possibilità di conquistare un pubblico sempre più ampio: va molto di moda ad esempio allestire hall e camere di hotel con opere d’arte, esposizioni alternative dove possono essere ammirate e comprate. È un modo per avvicinare le persone all’arte, determinante anche per far uscire i lavori dai magazzini, che possono così avere nuovi spazi e nuova vita. C’è una forte spinta alla contaminazione e alla volontà di incontrare nuovi pubblici, creando nuove atmosfere. Lo stesso accade con Clubhouse Brera: l’arte contamina uno spazio di lavoro molto accogliente e contribuisce a creare l’atmosfera del luogo e preservarne la memoria grazie alle opere di Flavio Favelli. Si tratta di antiche tende di un vecchio museo che per trent’anni sono state chiuse, un po’ sovrapposte l’una sull’altra. La luce negli anni ha creato un gioco di impressioni che rimanda alla fotografia e alla pittura grazie alla stesura della tenda all’interno del telaio.

 

Le strade dell’arte contemporanea si stanno ramificando in direzioni veramente infinite. “C’è un grande ritorno alla pittura – mi racconta Francesca – che nasce da una ricerca americana pian piano trasferita in Europa per passare poi all’Estremo Oriente”. Alessandra ci conferma che neanche l’arte si sottrae alle dinamiche della ciclicità, di stile, epoca, gusto, “solo artisti importanti, quelli che hanno creato la storia, rimangono aldilà dei cicli”.

 

Le sorelle Minini sono internazionali in tutto e per tutto, contaminate dal potere della multiculturalità, che regala loro uno sguardo ampio e aperto al mondo. Cerco di circoscriverlo, almeno per un attimo, per comprendere quale sia oggi il valore dell’arte contemporanea in Italia, quanto il nostro Paese investa in essa e quanto venga riconosciuta. Quello che ne emerge è un profondo divario tra pubblico e privato: a livello pubblico l’investimento è minimo, i musei subiscono con fatica il peso di questa situazione, trovandosi costretti a fare affidamento su sostegni di privati e di sponsor, il che determina che le esposizioni non siano poi così libere. A livello privato ci spiegano che invece la situazione è molto diversa, le fondazioni in maniera particolare si prodigano a fondo perchè l’arte possa trovare e avere un suo spazio: basti pensare alla Fondazione Prada che ha fatto un progetto formidabile riconosciuto a livello internazionale o alla Fondazione Trussardi, all’Hangar Bicocca di Pirelli o Nomas a Roma, o ancora Sandretto Rebaudengo a Torino.

 

Una passione, fra le molte altre: scoprire nuovi talenti.

 

È bello crescere insieme”

 

confida Francesca. “Dieci anni fa ero da sola, con artisti che muovevano i primi passi e creavo con loro progetti e sinergie per promuovere e sviluppare il loro lavoro. Erano anni speciali, in particolare quelli dal 2006 al 2008, in cui c’era la possibilità di dare vita a idee importanti, organizzando mostre in gallerie che venivano ben viste. Ora è tutto un po’ più complesso, anche perchè gli artisti sono molto più esigenti”. Anche questo rientra nel ciclo di normale evoluzione delle cose, mi spiega, tuttavia quelli che intraprendono con gli artisti sono prima di tutto dei rapporti personali, che cercano di mantenere. E il loro approccio sembra funzionare: “Fino ad oggi sono rimasti tutti con noi, anche se quando ti devi confrontare con le grandi gallerie internazionali è dura. Quello che fa la differenza è la capacità di consolidare i rapporti nel tempo”.

 

francesca_minini

 

Francesca mostra orgogliosa la pubblicazione del loro spazio all’interno di Art Basel Miami sul catalogo di Art Basel. Una sorta di diario, dove vengono inseriti gli stand più significativi. Non tutti riescono ad averlo, è una grande soddisfazione. Le saluto con un’ultima domanda: quanto la creatività può sviluppare la creatività? Francesca mi risponde senza esitare.

 

La creatività può aiutare a porsi delle domande, ad aprirsi a nuove curiosità, capaci poi di sviluppare creatività e produttività, qualunque sia il tuo campo

Interview by: Francesca Zuffi