Ippolita Baldini

CLUBHOUSE PEOPLE
Ippolita Baldini — Attrice

L' altro lato della comicità

Se il club torna teatro: intervista a Ippolita Baldini

Bionda, alta, affascinante, di professione attrice. Di nome Ippolita (al secolo Roberta) Baldini. Trentatré anni e una famiglia importante alle spalle, una discendenza nobile, croce e delizia della sua esistenza, che con gli anni e uno spiccato sense of humor ha saputo sdrammatizzare. E lo ha fatto in modo davvero magistrale – o meglio, teatrale – decidendo di portare in scena la sua vita nello spettacolo autobiografico “Mia mamma è una marchesa”, che nella sera del 27 ottobre trasformerà Clubhouse Brera in un teatro.

 

È proprio il club a fare da cornice alla nostra chiacchierata, che inizia subito in maniera esilarante, lasciando trasparire tutta la verve e l’energia comica che questa donna custodisce. Le chiedo quali siano le sue aspirazioni, “Diventare un’attrice famosa!” mi risponde scoppiando in una risata contagiosa, e quando le chiedo di definirsi in una parola non esita neanche un secondo: “ironica”.

 

Inizio a calarmi anche io nella parte, e per l’occasione rispolvero le mie lontane reminiscenze liceali: mi torna alla mente Shakespeare, che ne La Tempesta scriveva “Siamo fatti della stessa sostanza dei sogni”, un fraseggio simile a quello che Ippolita usa per definire se stessa, ovvero una donna “fatta della stessa sostanza del teatro”. Non faccio in tempo a chiederle dove nasce la sua passione e come ha scoperto il suo talento teatrale che eccoci immediatamente catapultate nel passato, agli anni della scuola, quando sua mamma, la marchesa, le chiede se preferisce partecipare a un corso di teatro o giocare a tennis: “Già allora non avevo dubbi, ho scelto il teatro, ma all’epoca non era ancora così centrale per me. Finchè un giorno, all’improvviso, ho capito che sarebbe stato tutta la mia vita”. Accade durante il saggio di fine anno, va in scena “La Sirenetta” e la piccola Ippolita si esibisce nel ruolo di Sebastian, il granchio, amico fedele di Ariel, la protagonista: “È stato un attimo, proprio nel momento in cui sono andata in scena mi ha travolta un’ondata di energia stupenda, della quale, da quel momento in poi, non ho più saputo fare a meno. Il teatro mi ha sempre chiamata, fin da bambina, quando a cinque anni facevo imitazioni intrattenendo zii e parent. Mi sono sempre sentita come il fool shakespeariano, il giullare che serve la corte, facendo entrare tematiche e riflessioni con una risata. Io sono così, mi è sempre piaciuto entrare in una situazione e stemperarla con un sorriso, è un mio istinto. Mi racconta che nel corso della sua vita ha anche provato a dedicarsi ad altro, a seguire la strada della ragazza borghese per bene di Milano, studiando e diplomandosi in design, ma non c’è stato niente da fare, la chiamata del teatro è stata più forte: “Per me fare il mio mestiere è una necessità, perché recitando apro una ferita che si trasforma in feritoia, da dove esce luce. Poi l’impatto col pubblico, che ascolta, ride, si emoziona e si diverte, è qualcosa a cui non saprei più rinunciare”.

 

 

Certo, a vedere il suo percorso artistico si direbbe che ha fatto proprio bene a non rinunciarvi. Una carriera poliedrica la sua, in cui ha vestito i panni di molti personaggi, tra i più famosi quelli de La Dodi di Benvenuti al Nord e la Lucia Agazzi di Colorado: cosa le accomuna e quanto di Ippolita c’è in ciascuna di loro? “Ciò che le unisce è sicuramente una provenienza sfacciatamente milanese e tutti i miei personaggi portano nella loro personalità qualcosa di me, di quello che vivo, di ciò che vedo. La Lucia di Colorado – rigorosamente con articolo determinativo davanti al nome -, l’ho vista moltissime volte intorno a me, specie negli ambienti che frequentavo durante le fasi più folleggianti della mia vita: erano tantissime, tante Lucy super prese bene e saltellanti on the dancefloor. La Dodi, poi, altro non è che lo sviluppo di Lucia, ovvero la milanese imbruttita per bene con la puzza sotto al naso. Roberta invece, la protagonista di “Mia mamma è una marchesa”, sono proprio io, è il racconto della mia vita

 

“In genere parto sempre da me stessa per affrontare ogni personaggio: è il mio corpo, la mia voce e ci metto dentro le emozioni che vivo e che ho vissuto”

 

È proprio di Roberta che voglio parlare, il personaggio che porta il suo vero nome, quindi la incalzo chiedendole cosa ci si deve aspettare dallo spettacolo che la vede protagonista e che riporterà nel club tutto il fascino del ex Teatro delle Erbe. “Una cosa importante che chiedo agli spettatori di questa pièce è di non aspettarsi il cabaret; è uno spettacolo di teatro comico, un altro genere. Il cabaret assicura una prima battuta dopo solo 30 secondi, il teatro comico accompagna piano piano in un’atmosfera in cui si entra poco alla volta. Chiedo predisposizione all’ascolto, di accettare tutto ciò che avviene sul palco e di non aspettarsi di essere coinvolti in prima persona come accade nel cabaret, in cui lo spettatore è protagonista”. Confessa poi di essere felice di riportare in scena questo spettacolo:

 

“Sono un po’ tesa ma anche contenta, mi piace ogni tanto riprendere a raccontare la mia vita, è un po’ come fare il punto della situazione, rivivendo tutto. È terapeutico”

 

La sua grande fonte d’ispirazione, come donna e come attrice, è Franca Valeri, una maestra di vita che l’accompagna sin dall’infanzia, quando i pomeriggi dopo la scuola erano dedicati all’ascolto di un disco in vinile che raccoglieva tutti i suoi sketch radiofonici: “Lo ascoltavo praticamente ogni giorno, insieme a una mia compagna di classe, ridevamo come matte. Io ho imparato a memoria ogni battuta, come fossero delle canzoni. È così che l’ironia della Valeri, il suo modo di modulare la voce, mi sono entrati dentro. Mi spiega che per le attrici di oggi, i capisaldi della comicità femminile sono due: Franca Valeri e Anna Marchesini. “Io sposo il filone della Valeri – mi dice – sebbene io nutra una stima infinita per la Marchesini, che è stata anche mia maestra all’Accademia (Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico), dove teneva un corso intensissimo che è stato fondamentale per la mia formazione. Tuttavia è la Valeri in cui mi rispecchio totalmente, nell’anima e nello stile”. Per quel che concerne invece i testi teatrali, l’ispirazione principale viene da Franca Rame: “Amo i suoi monologhi, sono scritti in maniera magistrale, sono fluidi e funzionano alla perfezione”.

 

Ippolita Baldini

 

La sua vita lavorativa è sempre in divenire, pronta a modellarsi a seconda dei diversi impegni professionali, caratterizzati da dinamiche proprie e diversissime fra loro. Da quando fa televisione – nel cast di Colorado, trasmissione comica targata Mediaset – vive di notte, per questo le sue giornate iniziano con molta lentezza intorno alle 11. Il pomeriggio è dedicato allo studio, alla scrittura, al fare memoria per i pezzi di Colorado, che prova poi la sera nei cabaret: “Tutti i mercoledì vado al Laboratorio di Zelig, mentre il giovedì mi infilo anche all’ultimo in serate di altri comici. È un uso abbastanza comune quello di ospitarsi a vicenda per provare i propri sketch”. Il lunedì e il martedì sera invece registra le puntate, per il resto prova ad avere una vita sociale, “compito non facile per chi lavora quando il resto della gente normale esce”, mi dice sorridendo. Quando invece si dedica al teatro, la giornata si compone in maniera ancora differente: la mattina continua a non essere contemplata, il pomeriggio si prova e la sera si va in scena.

 

Il suo stile comico si inserisce in maniera perfetta nel filone della scuola teatrale italiana, molto studiato e conosciuto anche all’estero, uno stile che si contrappone in maniera opposta a quello della scuola americana. Ippolita ha avuto modo di conoscerli entrambi, e infatti mi spiega che sono due modi di approcciarsi alla recitazione molto diversi fra loro, che si focalizzano su cose diverse. La scuola statunitense – mi racconta – è molto abile nel preparare gli studenti al dettaglio dell’emozione, che traspare attraverso movimenti minimi e grazie a un realismo espressivo incredibile, completamente finalizzato alla macchina da presa: piccoli sguardi, piccoli accenni”. La scuola italiana, di contro, porta con sé tutto il retaggio culturale della commedia dell’arte, di tutto il teatro che c’è stato prima, storicamente non finalizzato alla macchina da presa ma al teatro, alle piazze dell’Antica Grecia, caratterizzato da maschere gigantesche e da una gestualità ampia e colorita. Noi italiani abbiamo una teatralità molto fisica, fortemente influenzata dal linguaggio classico delle maschere. Negli States, invece, la regola è quella di abbandonare ogni maschera e mostrare se stessi in tutta la propria intimità. Quello americano è un lavoro di cesello, mentre noi italiani andiamo più di ruspa, anche se qualche tentativo per adottare una prospettiva più intima e sottile lo stiamo cercando di fare”.

 

La professione d’attrice la porta ad essere necessariamente cittadina del mondo, ma esiste un posto dove si sente davvero a casa? In realtà ben due, confessa: “Il primo è in Franciacorta, una tenuta in campagna dove mi sento davvero a casa, mi rilassa. Il secondo è il teatro, non uno in particolare, ma proprio il teatro in generale. Accade che quando ne varco la soglia per fare delle prove o per andare in scena, avverto una sensazione strana, uno “sgrisolo” come lo chiamo io, un calore nel petto, e ormai so che quando lo percepisco c’è qualcosa che mi fa stare bene. Certo, non succede sempre, alcuni teatri sono freddi e brutti, ma spesso mi capita, e non solo quando sono io a salire sul palco: mi basta vedere i colleghi andare in scena e pensare a quanto è meraviglioso il mio mestiere”.

Il tempo a nostra disposizione è quasi terminato, ma non perdo l’occasione di farle un’ultima domanda a bruciapelo: ma com’è essere figlia di una marchesa?! Una figata, perchè ne puoi parlare e addirittura scrivere testi teatrali!”, esclama divertita. In un attimo si fa più seria e mi confida che, una volta trovata la propria identità – dal momento che la mamma cerca di affibiarti la sua, con tutta la forma mentis e l’impostazione che ha ricevuto -, una volta fatto il grande salto che ti permette di uscirne, vedi solo gli aspetti positivi di aver ricevuto un’educazione esemplare ma splendida, e ti ritrovi un’eleganza innata che il solo vivere in quell’ambiente ti regala. Ritengo di aver avuto una grande fortuna a nascere nella mia famiglia”.

“Che poi, mamma marchesa o non marchesa, c’è amore, e quando c’è amore è sempre una figata”

Interview by: Arianna Morandi