James Bradburne e il museo in contemporanea

CLUBHOUSE PEOPLE
James Bradburne — Direttore Generale, Pinacoteca di Brera

Un giardiniere a Brera

L’arte di coltivare l’arte: intervista a James Bradburne

Una rondine non farà primavera, ma un canadese a Milano forse sì. Parola di James Bradburne, 61 anni, direttore generale, pardon, capo giardiniere di Brera, dove si prende cura dei tre fiori a lui più cari: la Pinacoteca di Brera, la Biblioteca Braidense e la Mediateca Santa Teresa. Aspirazioni? “Essere all’altezza del giardino come suo giardiniere”, mi risponde con serietà disarmante. Obiettivi? Far crescere le persone, valorizzare le competenze, coltivare le tre teche milanesi in un contesto vitale in cui far crescere anche tutto il quartiere di Brera, facendolo tornare a battere quale cuore pulsante della sua città, Milano.

 

“Certo che qui a Milano siete proprio fedeli al total black, tutti vestiti uguali, io ho deciso di spezzare un po’ con questo panciotto colorato, è un problema?” mi dice con accento irresistibilmente british mentre sorrido avvolta nel mio abito scuro. Sguardo divertito, stile scanzonato, umorismo quanto basta e savoir-faire da vendere, James Bradburne si muove nel club come se si trovasse nel salotto di casa sua.

 

James Bradburne

 

Italiano d’adozione, lavora a Milano ma vive a Firenze, dove guida la Fondazione Palazzo Strozzi fino a giugno 2015, quando riceve l’incarico dal Ministro Franceschini di dirigere la Pinacoteca di Brera, la Biblioteca Braidense e la Mediateca Santa Teresa. Ciò che più lo affascina del Belpaese sono tre elementi, positivi e negativi allo stesso tempo, perchè “le nostre virtù corrispondono sempre alle nostre debolezze”, mi spiega. “Quel che contraddistingue davvero in positivo la realtà italiana sono la creatività, l’innovazione e la cultura. L’altra faccia della medaglia cela tuttavia l’aspetto viziato di queste virtù, imprigionate da un sistema burocratico troppo rigido che le trasforma in ostacoli anzichè valorizzarle quali strumenti per il successo. Così la cultura è trascinata verso il fondo dal suo stesso peso e, come un gigante di pietra, resta immobile: in Italia c’è un patrimonio immenso da tutelare, che per sua stessa natura porta con sè una certa resistenza ad innovare e ad andare avanti promuovendo nuove idee. Tutto questo non accade in paesi dove c’è sicuramente meno cultura, ma più libertà di sperimentare”.

 

La sua è una visione che esce dagli schemi, rompendo quei tabù che, come spesse catene, hanno a lungo imprigionato il sistema culturale italiano. Ecco perchè dal suo arrivo a Brera si parla di James Bradburne come l’autore di una vera e propria rivoluzione, anche se lui non si sente pronto a definirsi in questi termini, sentendosi piuttosto espressione di una vera rivoluzione, al cui centro c’è un cambio netto di prospettiva, ovvero il passaggio del focus centrale dalla tutela alla valorizzazione dell’arte. Un completo ribaltamento del sistema, come continua spiegare: “Quando si pone la tutela, e quindi l’oggetto, al centro è necessario creare un sistema di controllo che garantisca un livello di cura coerente in tutto il paese, attraverso una burocrazia centralizzata e centralizzante. Quando invece si parla di valorizzazione, si passa dall’oggetto al soggetto. Ecco che l’arte non è più solo l’opera, ma è l’espressione dell’artista che comunica con chi la osserva, in un rapporto di reciproca interazione: per questo la valorizzazione porta all’autonomia e alla decentralizzazione del sistema culturale, per garantire offerte culturali specifiche ed efficaci, pensate per le persone, calibrate sulle loro specifiche differenze”.

 

Io non ho fatto nessuna rivoluzione, io faccio parte della rivoluzione. Sono uno strumento sperimentale scelto al fine di vedere se, effettivamente, è possibile creare nuovo valore e valorizzare meglio i grandi musei italiani.

 

La parola valore si rincorre fra una frase e l’altra nelle risposte di James, ogni volta enfatizzata da un tono sempre più acceso e luminoso. Ci tiene a ribadire di come l’arte in sè rappresenti un bene materiale e di quanto il suo vero valore sia rappresentato dalla creatività espletata nel gesto dell’artista: l’arte è il frutto di una serie di valori proclamati dall’autore attraverso forme artistiche. “Il concetto di valore è per me sempre legato alla persona – mi spiega – alla sua identità e alla capacità di esprimerlo nelle più diverse manifestazioni che la natura umana è in grado di produrre. Le persone rivelano il proprio valore e l’arte non è che una forma di questa rivelazione, una traccia lasciata nel mondo che merita di essere conservata. Dove? Nei musei naturalmente, per custodire il patrimonio che l’umanità ci ha donato e serbarlo per la memoria futura. “Dobbiamo fare delle piccole valigie da portare con noi in un avvenire incerto: siamo tutti immigrati al cospetto del tempo e il nostro piccolo bagaglio culturale deve essere riempito con ciò che anche i musei ci possono donare.

 

Il ruolo del museo secondo Bradburnea

 

L’arte si fa così linguaggio imperituro, memoria vigile del mondo che è stato, scrigno di virtù per quello che sarà. Un ruolo importante, da giocare fuori dai soliti luoghi tradizionalmente deputati all’arte, per ristabilire uno stretto contatto con la contemporaneità. Come? Con la contaminazione. “È una parola chiave per me – mi dice scandendola piano. L’arte non deve restare chiusa a prendere polvere in questi templi sacri, profaniamoli! È necessario cercare dei luoghi nuovi, diversi, dove lasciare che il valore dell’artista si esprima, come i luoghi commerciali, ad esempio. Milano è una città molto avanti sotto questo punto di vista, si è lasciata contaminare e soprattutto ha acquisito la fondamentale consapevolezza che l’arte non è solo il dipinto di Raffaello conservato nella Pinacoteca, ma è anche moda, design: questa è contaminazione.

 

Milano è un laboratorio ideale per estendere l’impatto e l’attività del fare arte, della creatività, dell’innovazione.

 

Contaminare con l’arte spazi inusuali, ambienti di lavoro, ma soprattutto persone: “Il risultato più interessante è ammirare come le persone si trasformano nei confronti dell’arte, mutando da osservatori passivi in fruitori attivi: l’arte, secondo me, ‘has to be used’. Ecco che la sua proposta di contaminazione degli spazi si fa sempre più dinamica, passando dalla semplice esposizione artistica alla possibilità di creare arte. “Qui nel club gli spazi sono immensamente innovativi perchè aperti, flessibili, polivalenti e contaminati. Quel che mi aspetto di trovare su queste scrivanie sono soltanto matite e blocchi di carta, gli elementi base per dar libero sfogo alla propria creatività”. Mi racconta di portare sempre con sè un piccolo quadernetto e delle matite, così “quando incontro qualche bambino particolarmente appassionato lo tiro fuori e in una pagina intonsa scrivo “C’era una volta…”. Poi consegno il quaderno al piccolo e lascio che liberi la fantasia dando forma a storie incredibili. Quello che davvero mi preme trasmettere è che è necessario non intrappolare l’arte in un prodotto fuori di noi: l’arte è l’espressione della nostra creatività. È necessario contaminare gli spazi con il potenziale dell’arte per rientrare in possesso del nostro diritto di creare cultura invece che soltanto consumarla”.

 

 

Da quando è a Milano la sua vita lavorativa è  “una compressione”, di persone, incontri, impegni, argomenti. “Ci sono occasioni in cui devo avere la prontezza di saltare da un tema all’altro con grande velocità e in quei momenti ammetto di sentirmi un po’ un politico. Trovare sempre la giusta concentrazione per avere argomentazioni pertinenti richiede grande disciplina e soprattutto una virtù importantissima, quella del multitasking”.

 

La mia vita lavorativa è una serie di incontri personali per alimentare la discussione, promuovere collaborazioni e progetti.

 

Nell’arco della giornata il tempo per concentrarsi, scrivere un saggio o anche solo fare una riflessione è rarissimo e i pochi momenti in cui lo trova sono quando si sposta, in moto, in treno, in aereo: “Ho scritto interi libri in aereo, perchè di fatto non riesco a sedermi alla mia scrivania per più di 10 minuti senza intrattenere una discussione. Nel mio ufficio vige la regola della porta aperta: se qualcuno ha bisogno di me, anche solo per un consiglio, interrompo qualsiasi cosa io stia facendo e mi dedico al mio personale, perchè si sa, la propria squadra per un giardiniere come me è la cosa più importante. Per rilassarsi niente funziona meglio che il dedicarsi alle sue grandi passioni: la scrittura e la lettura, “sono la mia meditazione” confessa.

 

Il futuro dell'informazione

 

L’innovazione che cambierà il futuro secondo lui ha a che fare con una delle più grandi sfide del presente, quella di comprendere la differenza tra informazione e conoscenza. Oggi abbiamo accesso a un numero potenzialmente infinito di informazioni, tante, troppe da assimilare, filtrare e tradurre in una reale conoscenza. La velocità poi con cui questa mole immensa di informazioni si diffonde è incredibile, il che rende la comprensione ancora più difficoltosa, scatenando reazioni immediate non sempre coerenti con la realtà dei fatti. Si pensi al momento storico che stiamo vivendo: la psicosi del terrorismo ci ha resi così sensibili a questo tema che basta una valigia incustodita perchè si diffonda in breve tempo la notizia di un pacco bomba e di un attentato sventato. I media si scatenano e le persone iniziano a condividere l’informazione per rendere tutti consapevoli del pericolo, salvo poi l’emergere della realtà, ovvero una semplice valigia dimenticata dal suo proprietario, piena di creme solari e costumi da bagno, niente di più”.

 

La grande sfida dell’innovazione sarà quella di capire come creare dei meccanismi per trasformare l’informazione in conoscenza e ridare spazio e tempo alle persone per pensare, non soltanto reagire.

 

Lo saluto con una domanda a bruciapelo: gli chiedo di definirsi in una parola, “e non vale ‘giardiniere’” gli dico. “Peccato!” mi risponde divertito. Ci riflette, in silenzio, osservando concentrato un punto imprecisato alle mie spalle. “Un curioso”, mi dice infine. “Un curioso a occhi aperti, che non si stancherà mai di imparare”.

 

Arianna Morandi

 

E per chiudere in bellezza, ecco una pillola video per conoscere meglio questo straordinario giardiniere!

 

 

Interview by: Arianna Morandi