Luigi De Laurentiis

CLUBHOUSE PEOPLE
Luigi De Laurentiis — Produttore Cinematografico, Filmauro

Può il cinema morire di tv?

Intervista a Luigi De Laurentiis

Di Luigi De Laurentiis si è convinti di sapere tutto, probabilmente in virtù del cognome che porta. Un cognome famoso, inevitabilmente carico del peso di aspettative e pregiudizi. Ed è forse proprio per questo che, invece, di lui si conosce troppo poco. Quando lo incontro nel club in occasione del secondo appuntamento con il The Clubhouse Monday Show, il talk di infotainment condotto Paolo Ruffini, non perdo l’attimo e lo invito subito a fare due chiacchiere. “Via il dente via il dolore”, mi dice sorridendo. La prima cosa che colpisce di Luigi è una classe innata, a tratti quasi aristocratica. Il passo sicuro e lo sguardo alto, ma è quando inizia a parlare che la sua voce, suadente e bassa, riempie l’ambiente, catalizzando tutta l’attenzione. Lo charme è di famiglia, evidentemente, e il talento anche.

 

38 anni appena compiuti e una carriera nella cinematografia, dove è produttore di successo, ma non solo. Luigi è un imprenditore ambizioso, attivo da sempre, oltre che nel cinema, anche nel mondo del calcio dove porta avanti progetti di brand awareness sempre più internazionali per la squadra del Napoli. Da qualche tempo poi è attivo anche nel campo del food: cibo rigorosamente italiano ma oltreoceano, precisamente in California, dove segue diverse piattaforme con l’obiettivo di aprire un franchising che porti il gusto del vero Made in Italy negli States. Ed è sempre a Los Angeles che Luigi sta realizzando una serie di progetti cinematografici molto interessanti: 10 sceneggiatori americani per 5 serie televisive, perché cinema ormai significa tante cose, ma soprattutto

 

“Cinema è la capacità di declinare il contenuto nelle forme che il pubblico si aspetta di vedere”

 

E anche nei luoghi dove si aspetta di vederle verrebbe da dire, visto che i numeri delle sale cinematografiche parlano chiaro e parlano poco, mentre crescono esponenzialmente quelli della nuova televisione, da Netflix ad Amazon sino ad AMC e molti altri. La televisione privata non ha censura e questo determina un nuovo modo di concepire i contenuti: i grandi artisti e i grandi registi stanno migrando sempre più verso le serie televisive proprio perché si sentono finalmente liberi di poter esprimere tutta la loro volontà e forza artistica, raccontando in 12 ore quello che normalmente sarebbero costretti a comprimere in 2 o 3 ore al massimo”.

 

Cambia il contenuto, cambia il canale, cambia la fruizione. Oggi Netflix la fa da padrona. In pochissimo tempo ha saputo ridisegnare completamente e sempre in maniera innovativa la distribuzione del contenuto e di conseguenza il modello di fruizione del pubblico. Questa rivoluzione impatta anche sulla produzione cinematografica, certo, ma in maniera positiva. Dona infatti una maggiore libertà di raccontare storie originali, mettendoci nelle condizioni di produrre non solo per il cinema ma anche per piattaforme diverse”. Tuttavia la minaccia è in agguato. Netflix infatti sta iniziando a produrre anche film, destinati non più alle sale ma direttamente alla loro piattaforma, eliminando di fatto la premialità del prodotto cinematografico e mischiando le carte in tavola, dalla percezione alla qualità dell’offerta. “Forse è un po’ presto per tutto questo scardinamento del sistema, ma è anche l’unico modo per Netflix di proporsi come la Apple dei contenuti”.

 

Luigi, tuttavia, crede ancora nel grande cinema, nella sua accezione più tradizionale, che, neanche a dirlo, resta la sua più grande passione. “Sono cresciuto a pane e cinema”, mi racconta. “La cosa che ricordo con maggior piacere della mia infanzia sono le anteprime cinematografiche a cui mi portava mio padre Aurelio. Vivevo sempre con grande emozione le reazioni degli spettatori che vedevano i film per la prima volta: partecipare a quel momento era per me ragione di orgoglio, mi faceva sentire come se facessi già parte di quel mondo”. È così che è iniziata una carriera spesa ai servizi del pubblico, tutta volta a regalare sorrisi e entertainment, perché è proprio quella chimica speciale con gli spettatori che lo ha rapito, regalandogli la passione per questo lavoro e la voglia di portare avanti l’azienda, ma soprattutto il cognome di famiglia.

 

“Avere un cognome importante genera grandi pressioni”

 

Il segreto per non cedere sotto il peso delle aspettative? Avere un carattere ambizioso e la dedizione necessaria a perseverare nella propria crescita personale. “Quando ero più giovane mi sono chiesto più volte se sarei stato in grado di perseguire la strada del successo iniziata da mio nonno e continuata da mio padre. Il livello era molto alto e l’ansia da prestazione si è presentata più volte. Ho sempre avuto doppi occhi addosso, ma non mi sono mai lasciato appiattire sotto l’etichetta di “figlio di”: ho iniziato a lavorare facendo tutta la gavetta possibile e immaginabile, guidavo camion, portavo gli attori sul set, offrivo caffè. Ho fatto tutto quello che potevo per conquistare l’esperienza necessaria e diventare a mia volta un buon produttore, senza mai passare per il giovane rampollo che salta la fila solo perché è facilitato”.

 

Oltre 20 film all’attivo (di cui uno nel cuore, “Manuale d’amore”), tantissimi progetti per il futuro, e un punto fermo: rischiare e puntare sempre su ciò in cui crede. Le sue giornate lavorative sono varie, anzi, come dice lui, divertenti: “Mi divido tra cinema, food e calcio, tra Italia e Stati Uniti, e questo mi porta a dover affrontare sfide nuove e diverse fra di loro, ogni giorno: personalmente lo trovo molto stimolante. Il vero benefit per me consiste nel potermi confrontare continuamente con gruppi di lavoro diversi, ognuno con i suoi pregi, il che mi garantisce un alto livello di diversificazione delle mie attività”.

 

“Diversificare è una grandiosa lezione imprenditoriale che ho imparato lungo il mio cammino e che mi è sempre piaciuta molto”

 

Mi racconta di come all’inizio della sua carriera si sia dedicato esclusivamente al cinema: “Ci tenevo così tanto ad impararlo a menadito che mi sono concentrato su di esso senza tenere conto di altre opportunità di business. Il Napoli, che è una piattaforma dalle molteplici applicazioni, di business come di idee, mi ha insegnato a vedere tanti modelli economici diversi e questo mi ha incuriosito sempre di più, insegnandomi ad applicare le stesse regole imprenditoriali che avevo appreso a qualsiasi idea che mi venisse in  mente”.

 

A calcio non gioca, “al massimo qualche partita a calcetto con gli amici, ma solo per divertirmi”. Per rilassarsi invece ama ritagliarsi un momento di sfogo tutto suo, la mattina presto:Alle 7 prendo e vado a correre al parco, da solo. Poi torno a casa, mi preparo e porto i bambini a scuola. Fare sport all’aria aperta mi rasserena e mi dà la giusta carica per aggredire la giornata, è un momento a cui non riesco a rinunciare”.

 

Non ha particolari modelli a cui si è ispirato, anche se la figura di suo padre resta di certo un punto di riferimento imprescindibile nella sua carriera, una vera e propria fonte d’ispirazione con cui misurarsi continuamente. “Sono sempre stato un curioso” mi dice, “e ciò che sicuramente mi ha ispirato molto è sempre stato leggere le biografie di tanti imprenditori diversi. Una delle più recenti che mi ha colpito è quella di Philip Knight, il fondatore della Nike: mi ha affascinato scoprire dei suoi inizi, di come ha perseverato e di come ha saputo portare avanti con successo la sua azienda. Un’altra che ho molto amato è stata la biografia di Richard Branson, fondatore di Virgin Group, un uomo che ha saputo investire in qualunque campo, un modello imprenditoriale pazzesco per il suo intuito e la sua visione”.

 

Quando gli chiedo come si immagina il futuro del cinema, osservo il suo sguardo perdersi in un punto imprecisato alle mie spalle. “Difficile da immaginare”, mi risponde. “Il cinema è legato alle persone, alla loro voglia di socializzare, e credo che questo istinto non verrà mai meno. Penso che i contenuti avranno una vita lunghissima grazie al proliferare della tecnologia e all’accessibilità, ormai così semplice e così facile, nelle case come in mobilità e ovunque. Forse il cinema si trasformerà in qualcosa di diverso e a sopravvivere sarà solo il nome che indica il luogo dove il cinema accadeva. Una cosa è certa: se le sale cinematografiche moriranno non so quanto riuscirò ancora a chiamarlo cinema”.

 

“Ma il cinema è soprattutto idee, e le idee, se valide e belle, sono destinate all’eternità”

Interview by: Arianna Morandi