Stefano Boeri

CLUBHOUSE PEOPLE
Stefano Boeri — Stefano Boeri Architetti

La sfida del nuovo urbanesimo

Il futuro di Milano è green

Immaginatevi di fotografare Milano. Le guglie bianchissime del Duomo e la Madonnina, la Basilica di Sant’Ambrogio e il Castello Sforzesco, Santa Maria delle Grazie e il Cenacolo di Leonardo… Una città che parla di storia, cultura e bellezza, certo, ma Milano, capitale della moda, del business e del design, è davvero così innovativa?

 

Lo abbiamo chiesto a Stefano Boeri, architetto la cui fama lo precede, non solo per essere un urbanista noto al mondo intero oltre che un riconosciuto professore universitario, non solo per essere stato Assessore alla Cultura del Comune di Milano né per aver creato il grattacielo più bello e innovativo del Pianeta, il Bosco Verticale in zona Isola a Milano, ma certo anche per tutto questo.

 

Stefano Boeri

 

La Milano straordinaria di Stefano Boeri

 

Boeri, nostro ospite in occasione dell’evento Made in Mi, ha offerto la sua fotografia personale della metropoli lombarda, un luogo privilegiato in cui le opportunità convergono e creano valore. Si pensi ad EXPO 2015 e a come le politiche siano state capaci di collimare con iniziative private di grande portata, dando vita a progetti come la Fondazione Prada, il Mudec, la Darsena, tutti arrivati puntuali con l’inizio della manifestazione. Quella degli ultimi due anni, ai suoi occhi, appare come una Milano straordinaria, una città capace di creare occasioni, crescere e centrare l’obiettivo, creando spazi pubblici e privati innovativi, proprio come Clubhouse.

 

Una città poliedrica quella di cui parla Boeri, un caleidoscopio dai mille colori e dalle mille sfaccettature, ricca di contrasti, luci e ombre. Decide di soffermarsi proprio sui punti bui, quelli meno gettonati ma forse più ricchi di risorse, in un’unica parola, le periferie. Tema caldo, specie per un architetto che ha strategicamente scelto di posizionare un edificio prestigioso e di lusso come il Bosco Verticale in una zona decentrata che fino a qualche anno fa non era di certo fra le più richieste. Tuttavia il segreto sta nella contraddizione, o meglio nel ribaltare i luoghi comuni – spesso reali – con gli strumenti che si dispongono, in questo caso quelli dell’architettura.

 

Ecco allora fra tante parole farsi largo il vero tema, la vera sfida del nuovo urbanesimo: la riqualificazione delle periferie e degli spazi di degrado. Il modello di crescita di una città come Milano non deve essere espansivo né sottomettersi a logiche prettamente territoriali, deve anzi partire dal suo interno, dal recupero degli spazi vuoti e abbandonati, sostituendo con un patrimonio considerevole edifici obsoleti e inagibili. Costruire dentro la città quindi e non fuori di essa, in un progetto di crescita e di ridensificazione delle zone abbandonate, riempiendo di vita e di relazioni speciali spazi resi vuoti dal degrado e dall’erosione. Ultima frontiera quella di arrivare ad abolire gli stessi quartieri, garantendo il mix della varietà, fondamentale per il benessere dell’intero nucleo cittadino.

 

È così che entra in scena uno dei protagonisti centrali di questa rivoluzione, la biodiversità, la capacità di ospitare culture diverse negli stessi luoghi, tema tanto sfidante quanto attuale con cui ogni metropoli deve misurarsi. È finita l’epoca del ghetto, è finito il tempo della concentrazione culturale e del rifiuto del diverso, le logiche di sistema crollano come un castello di carte, lasciando spazio alle fondamenta di un ecosistema strutturato e inclusivo, il cui valore principale sta nello scambio di esperienze, unendo ciò che è esogeno, accogliendo ciò che  viene da lontano. Questa inversione di marcia e di mentalità è già una realtà in Europa, dove le città si costruiscono per sovrapposizione, di spazi, di culture, di persone, creando un vero e proprio patrimonio che le diversifica molto da quelle americane e asiatiche, che invece crescono nella dimensione dell’annullamento.  

 

Un Fiume Verde per Milano

 

Tuttavia l’ambizioso Boeri per Milano vuole spingersi oltre, immaginando una città che accetta la sfida di cambiare il suo rapporto con la natura, proprio come quando New York nel 1860 ha scelto di costruire un parco al centro della città, il Central Park, ma andando ancora più in là. Il progetto interessa i sette scali merci milanesi dismessi e abbandonati, di proprietà della Rete Ferrovie Italiane, un sistema continuo di spazi che potrebbe trasformare Milano in una vera metropoli policentrica, in un perfetto equilibrio fra dimensione urbana e dimensione naturale. Guai a banalizzare: non si tratta solo di riconvertire ad area verde il tracciato ferroviario dei binari, ma piuttosto di creare un sistema continuo di parchi, boschi, oasi, orti e giardini, unico nel suo genere, di cui nessun’altra città al mondo dispone. Boeri crea con le sue parole immagini, ed evoca la straordinaria figura di un Fiume Verde, che potrebbe attraversare ad anello il corpo urbano di Milano, trasformandosi in un’occasione di investimento unica per le imprese e di sviluppo e affermazione per la biodiversità.

 

Il Bosco Verticale: un’esperimento

 

Quello dipinto da Boeri per Milano è un futuro sostenibile e innovativo, in linea con il percorso già iniziato dal Bosco Verticale. Compito di ogni architetto è quello di dare spazio all’innovazione e anticipare il futuro e, come dei rabdomanti, essere sensibili alle energie invisibili, alle aspettative, ai bisogni, agli incubi delle popolazioni che popoleranno le loro architetture. Il Bosco Verticale è una di queste architetture, un esperimento, un tentativo di immaginare un rapporto diverso e intenso tra alberi e umani, in due torri alte 120 e 90 metri, in una sfida che è sempre quella: creare un’architettura capace di instaurare una relazione diversa con la natura.

Bosco Verticale Boeri

Tuttavia, la scommessa di Boeri non si muove solo sul filo del binomio architettura-natura, ma gioca anche sul campo della comunità, intesa come insieme di relazioni sociali. L’obiettivo è uscire dalla retorica della partecipazione per passare alla costruzione di rapporti, paradossalmente sempre più sporadici in una società sopraffatta dall’intensità dei flussi di informazioni e in cui tutte le frontiere dei social network portano spesso a una solitudine involontaria.

 

Nasce così un nuovo modo di concepire gli spazi, da quelli di lavoro all’abitazione privata, ripensati per favorire relazioni ed incontri, trasformandosi e completandosi con luoghi dove conoscersi, concepiti proprio per facilitare la fruizione e la condivisione di momenti, sentimenti e di energia. In ambito professionale questo si traduce nei cosiddetti social floor, dove aziende e professionisti trovano spazi di incontro continuativi nel corso della giornata, mentre per le abitazioni si realizza portando servizi legati alla vita collettiva dei condomini all’interno dell’edificio, creando opportunità di scambio e condivisione.

 

La periferia del futuro

 

Ma tornando a Milano, quali sono le aree maggiormente interessate da queste trasformazioni? Certamente quelle circostanti Piazzale Loreto, poi il quartiere Isola, parti del sistema Gottardo-Meda, il rione circostante lo scalo merci di Porta Romana e la zona di Ripamonti. Ma come per ogni cosa, c’è pur sempre l’altra faccia della medaglia dietro cui si cela la verità che per tante zone che risorgono ce ne sono altre che lentamente regrediscono, come Piazza Cordusio, che come un serpente in questi anni ha cambiato pelle, trasformandosi in una zona vuota, sino ad arrivare a situazioni di degrado sociale come quelle che si vivono nella zona popolare di Lorenteggio.

 

Il futuro sta ai margini, ciò che conta sono stategie inclusive a lungo termine, sostenibili e verificabili.

Interview by: Arianna Morandi